sabato 22 luglio 2017

Antoine Volodine – Terminus radioso


Viaggio alla fine del mondo

L’umanità immaginata da Volodine in questo libro è abitata da morti che camminano, personaggi inconsapevoli della loro condizione che si aggirano straniati tra le macerie di quel che resta. Post-capitalisti, post-comunisti… post-vivi probabilmente o peggio, perché il dramma del personaggi di Terminus radioso nasce non solo dal fatto di essere morti, ma di essere morti che non riescono a morire completamente, uomini e donne che vivono nei sogni e negli incubi di altri e che neppure lì riescono ad essere liberi, simili per certi versi ai dannati dell’Inferno, condannati ad espiare all’infinito le loro colpe. Burattini, li definisce a un certo punto l’autore, chiamati a recitare a comando una parte. Simulacri che vagano come ubriachi per un mondo deserto, esseri senza regole e principi, con in tasca solo qualche vaga reminiscenza di ideali egualitari.
Nessuna redenzione né lieto fine: quelle di Terminus radioso sono pagine cupe, claustrofobiche, che a tratti riecheggiano l’eco della Strada McCarthiana. Il tempo sembra scorrere senza senso, la vita sembra scorrere senza senso. Gli ideali sono diventati illusioni e le illusioni rimpianti: tutto è perso e l’unica cosa che rimane sono i ricordi, quei ricordi ai quali Kronauer, il protagonista, cerca di attaccarsi disperatamente ma che altrettanto inesorabilmente sente scivolare via.
Quel che resta sono manciate di sentimenti e soprattutto istinti e pulsioni, flebili segnali di una vita che corre via veloce in attesa che anche l’ultimo uomo si estingua e la natura riprenda il suo posto, una natura trasformata dalle radiazioni create dall’uomo, martoriata ma mai doma e che per tutto il libro rimane in paziente attesa, come una bestia ferita che attende solo il momento della vendetta.

Leggendo Volodine, l’impressione è che a volte paghi pegno al proprio dogmatismo, al fatto di aver costruito una letteratura (parlo del post-esotismo) un po’ troppo rigida nella sua architettura, con la conseguenza di essere ripetitiva negli argomenti, nel loro sviluppo e nelle finalità narrative. Da questo punto di vista ho trovato Terminus radioso molto simile ad Angeli minori, che per certi versi ho preferito.

P.S.: nella terza di copertina si legge che “Volodine firma un romanzo fosco e ironico che intona un inno all’umorismo del disastro, alla fuga dal reale, alle tecniche di resistenza di fronte al buio, alla notte, alla catastrofe”.
Ironico? Umorismo? Tecniche di resistenza al buio? Cioè: questo sarebbe un libro che fa ridere?
Se è così confesso che di Terminus radioso io non ho capito niente.

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